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La legge di Boris Johnson che compromette l’intesa tra UK e UE

Internal Market Bill. La legge che Boris Johnson, Primo Ministro del Regno Unito, ha fatto approvare al parlamento a settembre e che mette in discussione parte degli accordi stabiliti tra Regno Unito e Unione Europea in merito al No Deal, ormai sempre più alle porte.

Si avvicina cosi anche la possibilità di “inquinare” il mercato comune dato che a quel punto Londra libera dalla UE potrà decidere di far transitare senza controlli le merci da e per l’Irlanda del Nord violando quindi l’intesa sottoscritta lo scorso anno secondo cui quelle merci sarebbero da considerare vere e proprie esportazioni.

Noi della Manto Shipping & Consulting seguiamo giorno per giorno ogni evoluzione, sempre pronti a supportare il tuo business con l’UK presente e futuro.

Lo spedizioniere doganale come esportatore autorizzato: una sfida della Manto Shipping

Un traguardo che diventa sempre più vicino grazie alle recenti “aperture” della EU. Ottenere la qualifica di Esportatore Autorizzato anche per gli spedizionieri doganali è un obiettivo concreto e la Manto Shipping & Consulting è in prima linea affinchè diventi realtà. Lo dimostra la nostra relazione presentata alla Agenzia delle Dogane e dei Monopoli (leggila qui) in cui si analizza punto punto la sostenibilità di questo riconoscimento che agevolerebbe le aziende operanti nel rispetto di tutte le normative vigenti.

Paesi PTOM: adozione del Codice Rex

Dal 1° gennaio 2020 i Paesi e Territori d’Oltremare (PTOM) rientrano nel sistema degli esportatori registrati (REX) per la compilazione delle dichiarazioni di origine sulle merci. Lo ha annunciato l’Agenzia delle Dogane in un comunicato stampa pubblicato il 13 dicembre 2019, nel quale specifica che tale provvedimento funge da integrazione alla nota prot. 61168/rudel 16.11.2017 recante istruzioni operative per l’indicazione del codice REX nelle dichiarazioni di importazione.

In conseguenza di ciò, i PTOM dovranno applicare il Sistema REX in sostituzione del certificato di circolazione EUR.1 o del certificato d’origine delle merci. Quindi dopo aver verificato che l’esportatore sia registrato nella banca dati REX, il dichiarante può indicare la preferenza 300 nel campo 36 ed inserire i relativi codi nel campo 144 “Documenti presentati/Certificati“, ovvero:

1. il codice C100 in cui si specifica il numero di esportatore nel campo “Identificativo documenti presentati”

2a. il codice U113: se il valore della merce dei prodotti originari NON supera i 10000 Euro.

Oppure

2b. il codice U114: se il valore della merce dei prodotti originari supera i 10000 Euro.

Se l’origine della merce è fornita da un esportatore NON registrato nel Sitema Rex:

a. si applica il codice U115 se non è superiore ai 10000,00 Euro

b. Se è superiore ai 10000,00 allora non è possibile attestare l’origine preferenziale della merce.

Occorre specificare che per questo provvedimento non è previsto nessun periodo transitorio nel quale far coesistere entrambi i sistemi (Certificati di origine EUR1 e sistema REX).

Controlli sui gas fluorurati. La TARIC si aggiorna

L’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli aggiorna la Taric tenendo conto del Regolamento (UE)  n. 517/2014 e del Regolamento d’esecuzione (UE)  n.879/2016. Lo dichiara nel comunicato stampa del 21 ottobre 2019, in cui riferisce che il sistema informatico della tariffa integrata comunitaria (TARIC) integra, sulla base delle norma UE di cui sopra, l’Opzione C oltre le già presenti A e B delle Dichiarazioni di conformità. Il provvedimento è esecutivo dal 23 ottobre 2019.

Queste norme inseriscono il commercio di apparecchiature di refrigerazione, di condizionamenti d’aria e di pompe di calore precaricate con idrofluorocarburi all’interno del sistema di quote dell’Unione e, come anticipato sopra, prevedono la compilazione della Dichiarazione di conformità nelle opzioni A, B  e C da parte dei relativi fornitori ed importatori da ora interamente disponibile nella TARIC (Opzione C, casella 44 del DAU).

Il Sistema per lo scambio delle quote di emissione dell’Ue (ETS UE) agisce secondo un sistema di limitazione e di scambio delle emissioni dei gas. Le quote cui si fa riferimento, sono dei tetti di diffusione massima che le aziende sono tenute a rispettare per non incorrere in sanzioni.

Patto Italia Cina: l’importanza dell’accordo di Luglio per l’economia e la sicurezza

Mentre il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump prosegue la sua guerra commerciale contro Unione Europea e Cina, l’Italia si è già mossa per instaurare rapporti sempre più vantaggiosi con la stessa Pechino.
Lo scorso Luglio infatti, il Direttore dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli Benedetto Mineo ed il vice Ministro delle Dogane della Repubblica Popolare Cinese Wang Lingjun, si sono incontrati presso la sede dell’Agenzia delle Dogane a Roma ed hanno stipulato un nuovo accordo tra i due paesi.

L’obiettivo è quello di snellire le procedure doganali di import ed export tra Italia e Cina per potenziare e facilitare lo sdoganamento delle merci dando precedenza ai rispettivi operatori economici autorizzati (AEO). L’intesa si traduce in un’ alleanza tra i porti di Ravenna, Trieste e Venezia con quello di Shanghai del tutto simile all’accordo precedente che ha coinvolto Genova e Tianjin.

Per avere un’idea del giro d’affari negli scambi internazionali tra Cina ed Italia, basta dare un’occhiata a quanto pubblica il Ministero dello Sviluppo Economico. Nelle tabelle Import ed Export degli ultimi anni, la Cina è al secondo posto tra i paesi destinatari delle esportazioni italiane tra i paesi extra Ue, mentre l’Italia è al primo posto tra i paesi destinatari delle esportazioni cinesi.
Un volume d’affari trai due paesi che si aggira intorno a quasi 45 miliardi di euro, con interscambio commerciale che cresce esponenzialmente anno dopo anno: +10.6% nel nostro export e +22% del loro import dal 2017 ad oggi. L’Italia è quindi il terzo partner europeo della Cina.
L’accordo prevede il libero scambio di informazioni su problematiche doganali, più operazioni congiunte per contrastare illeciti e gestire insieme valutazioni di rischio a tutela della sicurezza dei consumatori.

Brexit: il fantasma del “no deal” che fa paura a tutti

Brexit: il fantasma del “no deal” che fa paura a tutti
La Dogana specchio della crisi UE/UK

 

Manca poco, pochissimo alla separazione definitiva tra Londra e Bruxelles. Una morsa che produce una pressione sempre più forte e che, stando alle ultime indiscrezioni, potrebbe delineare il quadro di scambi commerciali peggiore.
Il 31 ottobre il Regno Unito saluta l’Unione Europea, ma è chiamata a decretare il destino di migliaia di imprese che oggi possono ancora avvalersi dei vantaggi economici, burocratici ed infrastrutturali dei Paesi Membri.

Scattano le imposizioni doganali

Da novembre il Regno Unito diventa un paese terzo, cioè rappresentante di un mercato extra europeo sottoposto alla normativa doganale che regolamenta merci esportate ed importate. Tutti gli scambi commerciali dovranno passare tra controlli e tassazioni (dazi) della Dogana.

Vale a dire che tutte le imprese che oggi importano ed esportano in modo libero e gratuito merci dall’Unione Europea al Regno Unito e viceversa, dopo il 31 ottobre dovranno esser sottoposte a dazi, procedure doganali ed oneri fiscali.

Significa più tempo, più costi, più rischio di sanzioni.

Ciò richiederebbe un divorzio studiato e programmato per trovare degli oneri doganali convenienti come succede tra Europa ed alcuni Paesi che beneficiano di dazi ridotti o azzerati nei mercati di destino. Speranze che sembrano non trovare posto nel traballante tavolo delle trattative tra Ue ed Uk.

Niente accordo, regime doganale pieno

Ecco che il “no deal”, ovvero il “non accordo” rappresenta per tutte queste imprese coinvolte una vera e propria spada di Damocle. Non avere nessun tipo di agevolazione, porterà ad un assolvimento per intero di costi e di controlli sulle merci.

Ce lo dice il Sole 24ore nell’ articolo pubblicato il 9 settembre 2019 che ci aggiorna sullo stato delle cose segnalando le prime rigidità sul tessile, componentistica o ceramica, avvalorando tutti i timori sull’ Hard Brexit.

 

Il Regno Unito prepara i porti, ma l’Associated British Ports teme il non accordo

Nel frattempo l’Uk si muove e ha già stanziato 30 milioni di sterline per potenziare le infrastrutture portuali, stradali e ferroviarie. Ma potrebbe non bastare.
Come riportato da Trasportoeuropa.it  l’associazione dei porti britannici Associated British Ports dichiara che potrebbe non essere sufficiente per affrontare l’emergenza doganale se dovesse esserci l’Hard Brexit.

L’associazione stessa ha già stanziato altri 50 milioni per scongiurare il caos al porto di Dover, l’area portuale più a rischio di rallentamenti ed interruzioni.

 

L’allarme di un Hard Brexit spaventa gli imprenditori del Regno Unito e dell’Unione Europea

Per capire meglio la preoccupazione degli imprenditori dell’una e dell’altra parte, citiamo alcune dichiarazioni da esponenti politici e finanziari riportate nell’articolo del 16 gennaio 2019 su Affaritaliani.it .

Leggere frasi come quelle pronunciate dal consigliere delegato della Camera di commercio di Londra, Colin Stanbridge:

• “Una Brexit senza accordo porterà il Paese (Regno unito) verso un precipizio”

Oppure come quelle di Joachim Lang dell’Associazione federale dell’industria tedesca (Bdi):

• “Le imprese da questa e dall’altra parte della Manica sono sospese per aria. C’è il rischio di una recessione britannica, che non passerebbe senza conseguenze in Germania”

Fanno riflettere su un clima poco sereno che pesa soprattutto con chi fa impresa.